“ALLE GIRAFFE CON CARLOTTA”, IL FILM DEL WEEKEND: INFERNO

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INFERNO

Sabato 29/10: 13.50; 16.20; 18.50; 20.20; 21.20; 22.45; 23.45
Domenica 30/10: 10.50; 13.50; 16.20; 18.50; 20.20; 21.20; 22.45

TRAMA: Il simbolista Robert Langdon (Tom Hanks) si sveglia in ospedale a Firenze in preda ad amnesia e visioni apocalittiche. Aiutato dalla brillante dottoressa Sienna Brooks (Felicity Jones), il professore scopre che è in atto un piano per decimare la popolazione terrestre con un terribile virus. In corsa contro il tempo e braccato da temibili sicari, Langdon dovrà sventare il complotto risolvendo una serie di enigmi che hanno come filo conduttore Dante Alighieri.

VOTO: 4

COSA CI PIACE: Non è il film ad aver fatto un favore a Firenze, piuttosto è vero il contrario: la città di Dante costituisce56375_ppl l’unico personaggio convincente e affascinante del film, con i suoi palazzi antichi, i passaggi segreti, il Battistero di San Giovanni, Palazzo Vecchio e il Giardino di Boboli. Una città la cui incredibile storia e i cui artisti unici al mondo forniscono un ricco sostrato all’indagine in cui Langdon viene catapultato.

Insieme a qualche (sporadica) felice trovata visiva, Firenze è l’unica meraviglia di questo Inferno, un film che già nel titolo racchiude tutto.

COSA NON CONVINCE: La gravità di questo flop non sta tanto nella ridicolaggine della trama, o nella superficialità degli argomenti, né nelle svolte prevedibili o nelle prove attoriali che lasciano alquanto a desiderare, quanto nel clamoroso fallimento sul fronte dell’intrattenimento. Un prodotto acchiappa-botteghino come Inferno ha senso di esistere come bandiera di puro divertimento, come svago per una domenica pomeriggio di beata ignoranza: la pellicola risulta invece noiosissima, stancante e interminabile nelle due ore abbondanti di durata.

filesRieccolo, Tom Hanks, nell’avventura numero tre della serie: sono passati sette anni da Angeli e demoni e ben dieci da Il codice Da Vinci, tant’è che ormai non lo si può proprio guardare mentre scappa, lotta e sgambetta attraverso gli agguati dei suoi molti nemici, tra orde di carabinieri e organizzazioni segrete e cattive. Questa volta l’attore veste i panni di un Jason Bourne tarocco, alle prese con un’amnesia selettiva che si presenta o meno a seconda di come si deve mandare avanti la trama. L’idiozia della storia è aggravata da una narrazione falsamente realistica che non concede spazio alla sospensione dell’incredulità, spazzata via definitivamente dal pretestuoso e inaccettabile colpo di scena che a metà film fa scivolare il tutto verso un finale banale e prevedibile.

Viene spontaneo tapparsi le orecchie nel sentire le continue citazioni dantesche buttate lì a sproposito, più che per ragioni narrative, per tentare di autocrearsi un’aura di legittimità culturale. Finendo ovviamente col produrre il massimo del kitsch. Irritanti le gare di saccenza tra il protagonista e la sua controparte femminile, che sfoggiano senza sosta pillole di erudizione che non fregano niente a nessuno.

Resta l’amarezza per il povero Ron Howard, regista di talento che si presta coraggiosamente a queste aberrazioni cinematografiche finendo per perdere in credibilità: purtroppo, gli happy days per lui sono finiti da tempo.

 

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