“ALLE GIRAFFE CON CARLOTTA”, IL FILM DEL WEEKEND: LA LUCE SUGLI OCEANI

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Cari lettori, 4 anni e 180 recensioni fa mi sono inventata questa rubrica per puro amore del cinema e per la voglia di condividere le impressioni sulle ultime uscite; ma anche per portare un po’ più di attenzione alle Giraffe, una delle cose migliori che questa città ci offre. Beh, purtroppo questa è la mia ultima recensione, è stato un enorme piacere e una grande fortuna portare avanti questo bellissimo progetto con Paderno7. E grazie a tutti i miei fedeli follower per avermi letta, continuate ad andare al cinema – tutte le volte che potete.

LA LUCE SUGLI OCEANI

Sabato 18/03: 22.45
Domenica 19/03:
 11.00; 22.45

TRAMA: Australia Occidentale, primi del Novecento. Un uomo distrutto dalla guerra (Michael Fassbender) si autocandida come guardiano del faro su un’isola minuscola tra i due oceani. Lì la figlia del patriarca (Alicia Vikander) si innamora di lui ricambiata, lo sposa e si trasferisce sul faro dove sembra ridare un senso ad ogni cosa. Ma due aborti spontanei segnano la coppia; quando tutto sembra perduto, arriva alla deriva una barca con un cadavere e un neonato. I due innamorati decideranno di farlo loro senza denunciare il fatto, e da allora inizierà un’odissea di colpe segnata dal destino.

VOTO: 6/7

COSA CI PIACE: Quello di Derek Cianfrance è un cinema estremamente cupo, che ama scavare nelle ferite e nelle piaghe di coppie e famiglie sconnesse. Con La luce sugli oceani, il regista fa un salto e abbraccia sfacciatamente e senza pudore il melodramma anni Trenta-Quaranta – di quelli con eroine sofferenti immerse in paesaggi devastati da tormente, tempeste e altre rabbie della natura – fregandosene dei rischi di una deriva kitsch.

Il sentimento indagato dal film è l’amore, tanto quello coniugale quanto quello materno che arriva a contrapporre due135024-md donne, entrambe visceralmente legate alla stessa bimba e disposte a tutto pur di poterla avere per sé; al centro di tutto, il destino che non perdona e non dimentica (un po’ come era stato in Come un tuono). Insomma, che ci sia la tragedia più pura in questo film non stupisce nessuno, che il destino si abbatta sui personaggi è evidente già dagli abiti e dal clima ingiusto, reso meravigliosamente dall’autore: il faro tra le tempeste, battuto dal vento e dalla salsedine è il protagonista delle migliori inquadrature. Il regista sa bene cosa voglia dire narrare per immagini, e fa un uso massiccio e spesso disturbante dei primi piani e dei dettagli a schermo pieno, non disdegnando nemmeno l’uso qua e là della macchina a mano.

Ma sono i due attori principali la ragione principale per vedere il film, così intensi e a loro agio nel recitare insieme da attirare l’attenzione completamente su di sé. Del resto, Cianfrance sa come scegliere e far recitare al meglio i suoi attori.  È la seconda volta che durante la lavorazione di un film di questo moderno Cupido che i due protagonisti si fidanzano: era successo a Ryan Gosling ed Eva Mendes durante la lavorazione di Come un tuono ed è successo qui con Fassbender e la Vikander.

COSA NON CONVINCE: Derek Cianfrance è un autore finissimo che ha saputo raccontare con sguardo originale e senza stereotipi le conseguenze amare dell’amore nel poetico Blue Valentine e ad illustrare le conseguenze della passione e degli istinti primordiali in Come un tuono. Eppure, con quest’ultimo film sembra aver fatto un netto passo indietro, non riuscendo a rendere vera fino in fondo la sofferenza dei suoi personaggi: senso di colpa e rimorso sono ammantati di una retorica sentimentale e drammatica fin troppo classica e tradizionale che soffoca la poetica così anticonvenzionale del regista.

LBO-SummerPreview2-2016_1400Si percepisce più dolore nella maniera in cui le condizioni atmosferiche dominano il film che nei personaggi, forse ci sono più sensazioni nel mondo che abitano – in cui pare possa esistere solo lo struggimento – che nei loro animi. Il vero problema del film è quindi il suo essere un po’ troppo calcolato, “a tesi”: Cianfrance ha bene in mente la lezione morale che vuole raccontare e sa dove vuole portare il suo pubblico alla fine, ma in mezzo, in quegli eccessivi 133 minuti di durata, la storia risulta piuttosto ripetitiva e forzata, soprattutto nella seconda parte, quando cade nella retorica più esplicita con scene esageratamente melò.

Insomma, per godersi davvero questo film bisogna quindi prima capirne l’ottica di base e mettere da parte il cinismo, lasciandosi così catturare da un film evocativo d’altri tempi.

 

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