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VOLTI D’ITALIA 10.0 – COME DEL RESTO ALLA FINE DI UN VIAGGIO, C’E’ SEMPRE UN VIAGGIO DA RICOMINCIARE…
Eccoci giunti all’ultimo appuntamento con Volti d’Italia.
Il nostro è stato un lungo viaggio, durato 10 settimane, che ha toccato molte sfaccettature del nostro bel Paese e che ha visto molti personaggi, alcuni noti e altri meno conosciuti, rivivere attraverso le pagine di quello che è il modesto blog di una piccola città dell’hinterland milanese.
Ad ogni inizio corrisponde una fine, pertanto, è giunto il momento di tirare le somme e analizzare ciò che abbiamo imparato, ciò che abbiamo colto e compreso dai volti di chi, prima di noi, ha prestato la propria immagine e le proprie energie per il bene della collettività, per un’idea, per un sentimento, per ciò che sentiva in cuor suo giusto.
Politici, uomini di spettacolo, soldati, inventori, scrittori e giornalisti, sportivi, ma anche nobili e semplici cittadini, tutti italiani, tutti accomunati dal fatto di essere fratelli di quest’Italia che tanto ci regala, che a volte delude, magari anche in modo crudele, ma che alla fin fine è sempre la nostra terra, la nostra casa, la nostra Patria.
Ciò che viene da chiedersi, dopo aver vissuto una piccola parte delle loro vite, dopo averne condiviso la sorte, ora che sono una nostra componente, la domanda è: “ma se fossero nati oggi e non ieri, questi uomini come sarebbero stati? Avrebbero avuto un posto nella storia? Si sarebbero fatti notare in mezzo alla massa che li circondava o sarebbero rimasti un puntino in mezzo a tanti?”.
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VOLTI D’ITALIA 9.0, SANDRA MONDAINI E RAIMONDO VIANELLO. “DOVESSI RICOMINCIARE, FAREI ESATTAMENTE TUTTO QUELLO CHE HO FATTO. TUTTO. MI RISPOSEREI ANCHE. CON UN’ALTRA, NATURALMENTE”
Eccoci alla penultima settimana dei nostri “Volti d’Italia“, l’appuntamento di Paderno 7 che celebra il 150° Unità d’Italia ricordando gli italiani che sono rimasti nel nostro cuore. Quest’oggi parleremo di nuovo di spettacolo, ma con l’occhio rivolto ai sentimenti: celebreremo due personaggi del mondo della televisione, e non solo, non tanto per le loro doti artistiche, quanto per l’esempio di coppia cinquantenaria rimasta nel cuore di tutti noi. Un sodalizio di spettacolo e d’amore dall’Italia post-bellica sino ai giorni nostri: Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
DUE STORIE DIVERSE
Il matrimonio della coppia più celebre dello spettacolo è targato 1962: Sandra e Raimondo si conobbero quattro anni prima e da subito diedero inizio a quel sodalizio artistico che li vedrà collaborare per oltre mezzo secolo in moltissimi show di successo. In quella che sarebbe divenuta “La prima volta” , i due recitarono fianco a fianco nella celebre parodia teatrale dell’opera pucciniana “Sayonara Butterfly”. Tra i protagonisti dello spettacolo assieme a Sandra e Raimondo, troviamo un altro mitico mattatore della commedia nazionale: il grande Gino Bramieri. Ma le storie che li hanno visti diventare parte della stessa metà sono del tutto diverse.
MODELLA PER NECESSITA’
Sandra nasce a Milano agli inizi degli anni trenta in una modesta famiglia. Poco più che neonata, Sandra ebbe il suo primo exploit artistico grazie alla campagna pubblicitaria statale anti TBC, che la vide come testimonial per più edizioni dietro pressioni del padre, il pittore ed umorista Giacinto Mondaini. Ma durante la guerra la situazione economica della famiglia precipitò: Sandra poco più che quattordicenne si vide costretta a procacciarsi un impiego per sopperire ai bisogni familiari. Ebbe la fortuna di trovare un posto come modella presso una rivista dell’epoca, Mani di fata, a cui seguì nel periodo successivo una campagna pubblicitaria per il noto marchio di cappelli “Borsalino”. Nel 1949 avviene il suo debutto nel mondo dello spettacolo, al fianco di Franca Rame, nella commedia teatrale “ghe pensi mi” di Marcello Marchesi.
UFFICIALE E GENTILUOMO
Raimondo ebbe un’estrazione totalmente diversa: quartogenito dell’ammiraglio Guido Vianello e della marchesa Virginia Accorretti, nacque a Roma, ma visse la sua giovinezza tra Pola e la Dalmazia in virtù degli spostamenti relativi agli importanti incarichi militari affidati al padre. Si laureò in giurisprudenza, ma non esercitò mai la professione legale e poco più che ventenne si arrulò come ufficiale dei bersaglieri, nella neonata repubblica sociale. Catturato dagli alleati passò un periodo di detenzione nel campo di Coltano, “al fianco” di quelli che poi sarebbero diventati personaggi noti ed illustri come Ezra Pound, Walter Chiari o Dario Fò insieme a tanti altri, nonché quello che diverrà l’amico e collega inseparabile: Ugo Tognazzi. Terminata la guerra, dopo una breve parentesi nel mondo del calcio che lo vedrà sia in veste dirigente che di giocatore, Raimondo si cominciò a dedicare totalmente allo spettacolo accanto all’amico Tognazzi.
DOPO IL SALTO, “CASA VIANELLO”
VOLTI D’ITALIA 8.0, VITTORIO POZZO. “SE RIPENSO AI RADUNI DI QUELLA NAZIONALE NELLA MIA CITTA’, FACCIO FATICA A CREDERE IN TANTA MODESTIA”
Per il nostro appuntamento settimanale con la celebrazione del 150° Unità d’Italia, ci occuperemo oggi di uno sport che da sempre ha fatto emozionare, sognare, esultare milioni di Italiani e non: ci riferiamo al celebre giuoco del Calcio, ed in particolare ad uno dei suoi maggiori esponenti: Vittorio Pozzo, ad oggi uno dei più grandi allenatori di tutti tempi. Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
GLI ALBORI DEL CALCIO
Quello che molti ignorano sono le origini del calcio: di cui le cui prime tracce non provengono assolutamente dal vecchio continente. Per trovare i primi antenati del celebre sport, dobbiamo spostare la nostra attenzione ad oriente, in Cina per la precisione. Qui intorno al XXV secolo A.C. ci imbattiamo nello Tsu-Chu (letteralmente palla spinta con il piede) che consisteva nell’infilare una palla riempita di piume e capelli tra due canne di bambù, distanti tra loro una quarantina di centimetri. Il giuoco si diffuse in buona parte dell’Asia, tanto che alcune delle sue numerose varianti sono praticate ancora oggi in note nazioni del continente. In Europa il primo antenato del calcio lo troviamo in Grecia intorno al IV secolo A.C.: si tratta dell’episciro, che diventerà harpastum nell’antica Roma, ossia una sfida a squadre simile al rugby, nella quale più che il giuoco in sè spicca la fisicità dei partecipanti. Dopo la caduta dell’impero, in epoca medievale vediamo nascere a Firenze il calcio storico fiorentino, attività ancora oggi praticata. Il giuoco vede sfidarsi i 4 rioni principali della città, che, contraddistinti per il colore della casacca (bianchi S.Spirito; rossi S.Maria Novella; azzurri S.Croce; verdi S.Giovanni) si misuravano in una sorta di evoluzione dell’episciro. Le differenze con l’antenato greco stanno, però, nell’organizzazione, quindi nella strategia del giuoco, nella quale si cominciano ad inserire degli arcaici concetti “tattici” abbastanza vicini agli odierni “schemi”.
LA RINASCITA IN INGHILTERRA, L’AVVENTO IN ITALIA
Dopo qualche secolo di messa al bando, ritroviamo quel giuoco, che per regole e dinamiche è del tutto simile al calcio moderno, nell’Inghilterra di metà ‘800. Grazie alla sua diffusione nei College all’interno dell’impero inglese, in pochi anni si diffuse a macchia d’olio in tutto il Commonwelth. In Italia, sebbene Genova continui a mantenere la primogenitura con il Genoa Cricket and Athletic Club 1890 (l’attuale Genoa F.C.), troviamo la prima espressione di moderno club calcistico a Torino nel 1887 con la nascita del Football & Cricket Club di estrazione borghese, a cui ebbe seguito un paio di anni più tardi La squadra dei nobili, composta da diversi rampolli dell’aristocrazia dell’epoca. Le due associazioni si fusero nel 1891 dando vita all’Internazionale Football Club di Torino.Vista la rapida diffusione di questo sport, le società ginnaste dell’epoca, dopo aver steso ad Udine il primo regolamento che disciplinava le medesime regole per tutti i team, nel 1898 fondano la Federazione Italiana Football (F.I.F.). Il primo vero e proprio torneo nazionale viene però disputato un paio di anni prima nel 1896.
L’APPRODO AL CALCIO DI POZZO
Ma veniamo al nostro Vittorio. Il suo approccio al calcio avviene da studente a Torino, a cui seguiranno diverse esperienze europee, tra cui quella inglese che influirà decisamente sulla sua esperienza da allenatore. Rientrato in patria si stabilì a Torino, la sua città, dove militò fino al termine della carriera nella neonata Torino Football Club, che egli stesso contribuì a fondare. Terminata la carriera da calciatore professionista, Pozzo rimase nell’entourage del Torino, di cui ne assunse per un paio d’anni la direzione tecnica, quindi si dedicò anche all’attività di giornalista sportivo collaborando con varie testate, fino all’approdo a La Stampa con la quale rimase legato per tutta la vita.
LA PRIMA ESPERIENZA NELLA PRIMA NAZIONALE, DOPO IL SALTO
VOLTI D’ITALIA 7.0, GUGLIELMO MARCONI. “TOCCANDO UN TASTO HA PRODOTTO L’ACCENSIONE DI 2000 LAMPADE ELETTRICHE”
E’ il turno di celebrazione degli uomini di scienza di questi 150 anni di Unità d’Italia. L’uomo che, dopo Leonardo e Galileo, è stato ed è uno dei simboli indiscussi del nostro ingegno in campo scentifico, Guglielmo Marconi (Bologna 1874; Roma 1937), il padre della radiocomunicazione. Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
LE PRIME SCOPERTE: IL RILEVATORE DI TEMPORALI
Figlio di secondo letto di Giuseppe Marconi, noto propietario terriero del bolognese, e dell’ irlandese Annie Jameson, Guglielmo Marconi dimostrò fin da giovanissimo una buona attitudine alle scienze. I primi approcci al mondo scentifico, nonchè le prime sperimentazioni, cominciano appunto in quegli anni all’interno della tenuta di famiglia, supportato e incoraggiato anche e sopratutto dal fido maggiordomo di famiglia, il mitico Mignani. Dopo qualche annetto di sperimentazioni, Guglielmo Marconi si cimentò in quello che poi diverrà il progetto che darà la svolta significativa alla sua vita di uomo di scienza.
Nel 1894 riuscì nell’impresa di realizzare uno dei primi precursori della comunicazione a distanza: il rivelatore di temporali. Azionato dai tuoni prodotti dai fulmini, la grande innovazione di questo marchingegno, stava nell’azionamento del campanello di segnalazione che avvertiva dell’arrivo della burrasca, mediante onde radio quindi senza l’ausilio di fili elettrici. Tutto questo attivato da un “sensore“ posto in un’altra ala della propietà di famiglia. Dopo aver mostrato con successo i propri risultati ai genitori, il padre senza fare grandi domande accettò di buon grado di finanziare i futuri progetti di questo geniale figlio. Di lì a poco Guglielmo Marconi, forte del successo della sua prima invenzione, si prefissò di migliorare i sistemi comunicativi dell’epoca, grazie all’aiuto della tecnologia che stava alla base del suo primo progetto. L’idea iniziale fu quella di perferzionare il telegrafo, ma successivamente di concepire un vero e proprio nuovo mezzo di comunicazione: la radio.
L’INVENZIONE DELLA RADIO
Ancora ad oggi esiste una diatriba tra USA, Russia, Inghilterra ed Italia: a chi va il merito della paternità del progetto radiofonico? Ed effettivamente negli anni in cui Marconi ci stava lavorando sopra, altri famosi ed altrettanto valenti scienziati, quali Tesla, Hertz, Edison, Popov stavano facendo lo stesso. E’ però indiscutibile, a scanso delle molte affermazioni, che la prima presentazione di licenza (cito testualmente la dicitura del fascicolo relativo al brevetto n°5028: “Miglioramenti nella telegrafia e relativi apparati“) fu inoltrata da Guglielmo Marconi il 5 marzo 1896 in quel di Londra, in netto anticipo rispetto agli altri contendenti. Infatti, visto lo scarso interessamento del governo Italiano dell’epoca al progetto, Marconi, che venne personalmente tacciato dagli organi suddetti d’insania, si vide costretto a recarsi in Gran Bretagna. Qui il suo progetto ottenne l’assenzo di molti personaggi influenti del mondo industriale e politico anglosassone cosicchè, crescendo di credibilità, Marconi ricevettè ingenti finanziamenti destinati a sviluppare la sua invenzione.
DOPO IL SALTO, IL SUCCESSO
VOLTI D’ITALIA 6.0, GIOVANNI GUARESCHI. “L’UOMO CHE RIVELÒ LA BUONA ITALIA”
Un nuovo giovedì e un nuovo appuntamento con le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia attraverso i nostri “Volti d’Italia“. Quest’oggi vi parleremo di uno scrittore e giornalista, ma anche umorista e caricaturista: Giovanni Guareschi, colui il quale ha dato vita all’intramontabile Don Camillo, icona di un’Italia contadina e semplice, pronta a risollevarsi dopo una guerra che tanto le è costata e che ancora molte cicatrici porta con sè, lungo la strada che la farà diventare un Paese moderno e industrializzato. Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
LE INCLINAZIONI POLITICHE
Guareschi non aveva un carattere docile, né tantomeno riusciva ad identificarsi all’interno di un ben preciso gruppo politico. Essendo una persona irruenta e sanguigna, sovente aveva problemi a rapportarsi con le istituzioni e con il potere politico. La sua profonda fede cattolica lo portava ad essere più incline alla Democrazia Cristiana, anche se da essa non ebbe mai un vero riconoscimento nonostante fosse stata da lui fortemente sostenuta durante le elezioni del 1948. Ovviamente, questo lo portò ad allontanarsi in modo deciso dall’altro potere forte a quei tempi presente nelle nostra penisola, il Partito Comunista Italiano.
Per questo, era considerato un fervente anticomunista, caratteristica di cui non solo si può trovare traccia all’interno di molte sue opere, ma anche attraverso gli articoli di dura critica nei confronti della politica adottata dai “compagni”.
Ma sarebbe più corretto dire che, senza ombra di dubbio, egli fosse più legato all’idea della monarchia: difatti, il Re Umberto II di Savoia dall’esilio lo insignì dell’onorificenza di Grand’Ufficiale della Corona d’Italia.
I suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, furono disertati da tutte le autorità. Unici personaggi di rilievo presenti per l’estremo saluto furono Nino Nutrizio, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari.
LA VITA E LA CARRIERA PROFESSIONALE
Nasce il 1° maggio 1908, in una famiglia di classe media. Il padre, Primo Augusto Guareschi, era commerciante, mentre la madre, Lina Maghenzani, era la maestra elementare del paese. Frequenta con successo le scuole superiori e si iscrive all’università di Parma, in pieno periodo di ascesa del fascismo. Nel 1925 è costretto ad abbandonare gli studi ed intraprendere l’attività lavorativa, ma dopo qualche difficoltà riesce, grazie al contatto con Cesare Zavattini, conosciuto negli anni universitari, ad entrare nella Gazzetta di Parma come correttore di bozze.
DOPO IL SALTO, L’IDEA DI “DON CAMILLO E PEPPONE”
VOLTI D’ITALIA 5.0, NUNZIO FILOGAMO. “MIEI CARI AMICI VICINI E LONTANI, BUONASERA OVUNQUE VOI SIATE”
Continuiamo la celebrazione del 150° Unità d’Italia con i nostri “Volti d’Italia“. Questo giovedì è il turno dello spettacolo: dopo avervi parlato di personaggi che hanno fatto la storia italiana con le guerre, gli amori e la politica, passeremo alla televisione. Vi parleremo di colui che è stato uno dei precursori radiotelevisivi, anzi il pioniere della conduzione intrattenitiva italiana: un personaggio che non tutti conoscono, ma che in verità è stato il primo vero conduttore moderno. Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
LA NASCITA DELLA TELEVISIONE IN ITALIA
La televisione italiana ha indubbiamente ricoperto un ruolo cruciale nella nostra società a partire dal 3 gennaio 1954, l’anno della prima trasmissione, portando a poco a poco nelle case di tutti gli italiani la possibilità di “vedere” quindi partecipare in maniera diretta ai principali eventi del paese. Questa rivoluzione ha consentito di spaziare, durante il corso della sua diffusione, dal ruolo informativo e d’intrattenimento fino a farla diventare un mezzo ”drogante” della società in generale, sia dal punto di vista culturale e sociale che da quello politico.
L’ARRIVO DI NUNZIO FILOGAMO ALLA EIAR
Ma che cosa otterrei chiedendo ad un mio coetaneo chi fosse Nunzio Filogamo? Come risposta, probabilmente, non riceverei in molti casi, che un prolungato silenzio d’imbarazzo. Sicuramente non otterei la stessa reazione chiedendo di Mike Buongiorno, Corrado, piuttosto che di Enzo Tortora. Ma, questo è il bello, Nunzio Filogamo viene ancor prima di loro. Prima di Sky o di Mediaset, prima addirittura della RAI. Sì perche quando il trentaduenne avvocato Filogamo entrò nello ‘”show-business“, che allora era rappresentato dalla radio, dal teatro e dalla rivista, la RAI non era ancora stata inventata. O meglio, esisteva la sua antenata, al tempo chiamata EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche, nata dalla fusione della Radiofono di Guglielmo Marconi e la SIRAC. La EIAR nasceva, come molti ricorderanno dai libri di storia, come ente pubblico fascista ed operava in regime di monopolio. Filogamo ci arrivò quasi per caso: fu contattato dal regista Riccardo Mombelli per l’interpretazione di Aramis, nella prima rivista radiofonica mai andata in onda, ossia ” i 4 moschettieri”.
L’INIZIO DEL SUCCESSO
Filogamo riuscì a rappresentare talmente bene il personaggio, che il programma ottenne un grandissimo successo e nell’ultimo anno ne curò addirittura la regia. Una piccola curiosità a questo punto: la trasmissione era legata ad un concorso indetto dalla Perugina, che consisteva nella collezione di figurine di personaggi famosi. La più ricercata di queste, “Il feroce Saladino”, raggiunse una rarità tale che le banche dell’epoca si videro costrette a quotarla quasi come un titolo azionario.
Ma torniamo al talentuoso Filogamo: la sua bravura nella recitazione nasceva anche dall’ottima scuola teatrale frequentata. Sì perche Nunzio, sottraendo del tempo alla professione legale, si dedicava già alla recitazione, esibendosi in diverse compagnie teatrali tra le quali quella delle sorelle Gramatica e di Ruggero Ruggeri.
DOPO IL SALTO, LA RADIO ED IL PRIMO FESTIVAL DI SANREMO
VOLTI D’ITALIA 4.0, MAFALDA DI SAVOIA. “RICORDATEMI NON COME UNA PRINCIPESSA, MA COME UNA VOSTRA SORELLA ITALIANA”

Ed eccoci arrivati al quarto appuntamento della nostra iniziativa per il 150° dell’unità d’Italia.
Dopo avervi parlato di Massimo D’Azeglio, Salvo D’Acquisto e Virginia Oldoini, quest’oggi vi proporremo la vita di una principessa, la cui storia non ha proprio nulla a che fare con quelle a lieto fine delle fiabe.
Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
Senza indugiare oltre, questo è il racconto di Mafalda di Savoia, secondogenita del re d’Italia Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro e sorella di Umberto II.
L’ADOLESCENZA
Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, nata a Roma il 19 Novembre del 1902 e soprannominata “Muti“, era di indole docile e obbediente. Aveva un grande senso dei valori umani e della famiglia, oltre che passione per arte e musica.
Per la maggior parte della propria infanzia visse nell’ambiente familiare, accanto alla madre Elena e alle sorelle Giovanna, Jolanda e Maria Francesca. Assieme a loro vide gli orrori della primo conflitto mondiale, essendo coinvolta nelle attività di conforto e cura dei soldati feriti.
Prese, pertanto, una certa confidenza già minorenne con quella che era la crudeltà della guerra, anche se soltanto in visita negli ospedali militari e quindi mai sul campo di battaglia.
IL MATRIMONIO
Si sposò a Racconigi, il 23 settembre 1925, con il landgravio Filippo d’Assia.
Dal matrimonio ebbe quattro figli:
Maurizio d’Assia (Racconigi, 6 agosto 1926), Enrico d’Assia (Roma, 30 ottobre 1927 – Langen, 18 novembre 1999), Ottone d’Assia (Roma, 3 giugno 1937 – Hannover, 3 gennaio 1998) ed Elisabetta d’Assia (Roma, 8 ottobre 1940).
Per loro, le venne conferita anche la croce al merito, così come accadeva per tutte le madri di numerosa prole, un premio assegnatole direttamente da Hitler, essendo lei cittadina tedesca, principessa tedesca e moglie di un ufficiale tedesco.
Difatti, il partito nazista non riconosceva a Filippo alcun titolo nobiliare, ma gli assegnò comunque un grado nelle SS e vari incarichi. Questo periodo coincise anche con l’ascesa in Italia del Fascismo, visto inizialmente da Mafalda con una certa simpatia.
Nel settembre del 1943, alla firma dell’armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Nello stesso anno, Badoglio e il Re fuggirono al Sud, ma non Mafalda, partita alla volta di Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita.
Non essendo a conoscenza dell’armistizio, se non quando ormai si trovava già in Romania, non era nemmeno consapevole dei pericoli che stava correndo. Tentò di avvisarla la regina Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno alla stazione ferroviaria di Sinaia e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia.
Mafalda decise di non seguire questo consiglio e continuò il viaggio di ritorno in piena notte.
CONTINUA DOPO IL SALTO CON:
L’ARRESTO E LA DEPORTAZIONE NEL LAGER
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VOLTI D’ITALIA 3.0, VIRGINIA OLDOINI, LA CONTESSA DI CASTIGLIONE. “NACQUI NELL’ISTANTE IN CUI UNA STELLA CADENTE PASSAVA SULLA MIA CULLA”

Dopo Massimo D’Azeglio e Salvo D’Acquisto, per il terzo appuntamento con i protagonisti del centocinquantenario tributeremo un doveroso omaggio alle dame rirorgimentali: se tanto hanno dato gli uomini alla causa italiana, le donne di quegli anni non sono state sicuramente da meno. Come al solito, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.
UN TRIBUTO ALLE PATRIOTE
Purtroppo la loro visibilità e le loro azioni sono state “offuscate” da una società prettamente maschilista, che etternò certamente i nomi dei grandi protagonisti “uomini”, ma in prima battuta non offrì il giusto tributo all’impegno patriottico femminile. Ma gli studiosi e la storia stessa hanno pensato a rimediare almeno in parte a questa grave mancanza. Le grandi dame ottocentesche Anita Garibaldi, Cristina Trivulzi di Belgioioso, Bianca De Simoni Rebizzo, Antonietta De Pace, Enrichetta Caracciolo o la giornalista naturalizzata italiana Jessie White Mario, come molte altre, hanno legato i loro nomi in maniera indissolubile al Risorgimento Italiano. Ma la nostra scelta, non vorremmo sembrare supeficiali, è ricaduta più che su una dama, su una ”diva” del Risorgimento. La contessa di Castiglione (al secolo marchesa Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini; Firenze 1837-Parigi 1899), o “l’unica” come da molti venne ribattezzata, univa alla magnificienza dell’aspetto, una grande scaltrezza e capacità diplomatiche, anche se molti storici non la considerino prettamente una fervente patriota.
LA NASCITA DI UN MITO
Vi sembrerà strano, ma c’è stato un tempo oramai lontano nel quale le mamme premurose, per consolare le figliolette da qualche lacrimuccia, promettevano: “Da grande sarai bella come la contessa di Castiglione!”, e questo bastava per fare sparire le lacrime e ritornare il sorriso. Considerata per un lungo periodo la donna più bella d’Europa, ho memoria di storie di famiglia che la riguardavano: racconti di come i miei “avi” fiorentini si unissero alla folla accalcata sul lungarno Archibusieri per posare anche un solo sguardo sull’immensa bellezza di una dodicenne marchesina Virginia Oldoini a passeggio. Ambiziosa, smaliziata e intraprendente, sposò diciasettenne il conte Francesco Verasis Asinari di Castiglione Tinella, cugino di Cavour: unione che le aprì le porte della corte Sabauda.
VITA DA STAR
Al tempo in cui non esistevano TV, sfilate o talk show, ma corti di regine e salotti d’intellettuali, erano le sontuose feste da ballo quindi le grandi kermesse del regno che decretavano “le più belle del reame”. Ed è a questi grandi eventi che la nobildonna fiorentina, che univa alla superba bellezza un’estrema passione per la mondanità, soverchiò tutte le antagoniste, conquistando l’ammirazione di politici, patrioti e regnanti di tutta Europa, quindi le invidie di molte e potenti dame. Sebbene non possedesse una grande cultura, era intelligente ed acuta quindi sapeva sfruttare al meglio il proprio fascino. Amava essere corteggiata e celebrata, ma diciamocelo non era una santa, tanto che gli vengono attribuite diverse “relazioni extraconiugali“, molte delle quali realmente avvenute.
DOPO IL SALTO, LA RELAZIONE EXTRACONIUGALE CON L’IMPERATORE
VOLTI D’ITALIA 2.0, SALVO D’ACQUISTO. “IL VOSTRO BRIGADIERE E’ MORTO DA EROE. IMPASSIBILE ANCHE DI FRONTE ALLA MORTE”
Eccoci giunti al secondo appuntamento di Volti d’Italia con i personaggi del nostro centocinquantenario, scelti per l’occasione da Paderno 7.0. Come al solito, ogni protagonista sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per Paderno 7. Dopo Massimo D’Azeglio, quest’oggi coglieremo l’occasione per celebrare non solo il personaggio scelto, ma insieme anche il corpo che egli rappresenta. I riflettori di questa settimana sono puntati su un grande eroe italiano: il brigadiere Salvo D’Acquisto (Napoli 1920 Torreimpietra 1943), quindi tutta l’arma dei carabinieri.
BREVE STORIA DELL’ARMA
Il corpo dei Carabinieri, che il brigadiere Salvo ha onorato fino all’estremo sacrificio, nasce dalla volontà di Vittorio Emanuele I re di Sardegna di creare per il Piemonte un corpo militare con funzioni di pubblica sicurezza, sul modello francese della “gendarmerie”. Così nel giugno del 1814, nasce il Corpo Reale dei Carabinieri, che prendeva il nome dall’arma data in dotazione ai suoi membri, la “carabina” appunto: il compito iniziale affidato ai Carabinieri fu quello di svolgere funzioni di polizia. Ma a partire dall’anno successivo per la precisione il 6 luglio 1815 durante la battaglia di Grenoble, i carabinieri furono impiegati con successo (il battesimo del fuoco n.d.r.), dalla coalizione austro-sarda direttamente in una situazione di guerra sul campo di battaglia come corpo di cavalleria. Estrapoliamo un resoconto da i diari del Generale De La Tour: “Maggiori di ogni elogio sono il valore, l’intrepidezza e la maestria, con cui si distinsero nell’attacco di Grenoble le truppe e i picchetti di cavalleria e dei Carabinieri Reali comandati dal Sottotenente Cavalier Cavassola”. D’allora in avanti, l’arma dei carabinieri, oltre a mantenere i compiti di pubblica sicurezza nel nostro paese, è stata impiegata, è lo è tuttora, in un gran numero di azioni e battaglie: a partire dal risorgimento, attraverso le due guerre mondiali, per approdare alle “recenti missioni” in Iraq ed Afganistan.
L’INCIDENTE CON LE S.S.
Ed è su un episodio avvenuto durante la seconda guerra mondiale che quest’oggi ci vogliamo soffermare: il 22 settembre 1943 durante un’ispezione delle SS a delle casse di munizioni abbandonate, in località Torre di Palidoro vicino a Roma, ci fu una violenta esplosione. Due nazisti morirono, mentre altri rimasero feriti. L’episodio, quasi certamente riconducibile ad un errore umano da parte delle SS, fu imputato però dal loro comandante ad ignoti attentatori del luogo. Il gerarca si rivolse alla stazione dei Carabinieri di Terreimpietra per indagare su i colpevoli del gesto, minacciando altrimenti rappresaglie sulla popolazione. Data l’assenza del maresciallo in carica, la responsabilità della caserma al momento del fatto era stata affidata ad un giovane appuntato campano, uscito solo qualche mese prima dalla scuola sottufficiali, ma gia con un esperienza di guerra alle spalle.
DOPO IL SALTO, IL SACRIFICIO DI SALVO
VOLTI D’ITALIA 1.0, MASSIMO D’AZEGLIO. “SI E’ FATTA L’ITALIA, MA NON SI SONO FATTI GLI ITALIANI”
Come vi abbiamo anticipato, Paderno 7.0 comincia oggi a celebrare il 150° dell’unità d’Italia a suo modo. E lo fà con l’ iniziativa, ”Volti d’Italia“, che punterà i riflettori ogni giovedì, da qui alle prossime settimane, su quelli che sono dieci personaggi da noi selezionati a loro modo protagonisti indiscutibili di questi 150 anni. Ognuno dei “Volti d’Italia“ sarà accompagnato da un ritratto originale dell’artista Davide Delizi, realizzato in esclusiva per Paderno 7 che verrà legato ad ogni personaggio. Questo, come potete ammirare nell’opera alla vostra sinistra,vuole essere anche un sincero omaggio ai grandi artisti italiani, che con i loro capolavori, hanno portato grande “orranza”a tutto il nostro paese.Per cominciare abbiamo pensato di tributare un saggio alla memoria del MarcheseMassimod’Azeglio(al secolo Massimo Taparelli marchese d’Azeglio-Torino1798-1866).
GLI INIZI E IL PENSIERO LIBERALE
Cugino di Cesare Balbo, fu politico, patriota, pittore e letterato: fin da giovane le sue idee fin troppo liberali per l’epoca, lo misero spesso in contrasto con molti suoi pari: faccenda che lo portò ad allontanarsi dalla cavalleria “Reale Piemonte” per entrare nelle fila della fanteria “Guardia Provinciale”, dove occupò diversi incarichi di segreteria presso l’ambasciata del Regno di Sardegna a Roma. Quivi meditò la volontà d’intraprendere una carriera artistica parallela a quella politica, che riuscì a conciliare perfettamente, nonostante i molti prestigiosi incarichi per il regno di Sardegna, che occupò nel resto della sua vita.
LA CARRIERA POLITICA: “NON SI SONO FATTI GLI ITALIANI”
Dopo il congedo e il rientro a casa, D’Azeglio si buttò letteralmente a capofitto nell’attività politica. Dal ‘49 al 52 fu primo ministro del regno di Sardegna al termine della prima guerra d’indipendenza e a partire dal ‘53 Senatore del Piemonte. Dopo la cacciata dello Stato Pontificio a Bologna del ‘59, fu posto come governatore provvisorio e successivamente da lì, governatore della provincia di Milano fino al’ 61. A lui va la paternità della celebre affermazione in seguito alla riunificazione avvenuta lo stesso anno:
«Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più, verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani».
DOPO IL SALTO, LA VISIONE FEDERALISTA



