RIFLESSIONI SULLA BREXIT. È IL MOMENTO DEGLI STATI UNITI D’EUROPA

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Stati Uniti d'EuropaCameron ha distrutto due unioni. L’Unione Europea e il Regno Unito“. Non potrei trovare frase migliore di questa per riassumere in poche parole il disastro che il (già) primo ministro UK ha provocato in sole 24 ore. La frase non è mia, ma è di una cittadina britannica, una scrittrice, non certo una scrittrice qualunque quando si parla di J.K. Rowling.

Non starò a tediarvi con la solita “tiritera” che da qualche giorno sentite su tv, blog e giornali, andrò dritto al punto. Quando un politico insegue i demagoghi per acchiappare due voti in più e farsi rileggere capo del governo, a discapito di una nazione e di un’intero continente, non stiamo parlando di un politico, ma di un inetto. E’ facile dire che il popolo si è espresso e i suoi governanti si devono adeguare. Ma il punto è che questo referendum non doveva proprio tenersi, e non certo per non consentire ai cittadini britannici di decidere.

UN REFERENDUM SBAGLIATO

Per farvi capire cosa intendo, basta citare la nostra Costituzione che all’art. 75 vieta la possibilità di indire referendum su trattati internazionali. E non certo perché i nostri costituenti erano dei tiranni, visto che vengono sempre tirati in ballo a destra e a sinistra quali padri della democrazia nei momenti più inopportuni. Ma perché il referendum è uno strumento dirompente che non ammette replica o mediazione: il verdetto del popolo è fondamentale, certamente, ma ci sono materie su cui è opportuno che il popolo si esprima tramite i propri rappresentanti, legittimamente eletti, per far trovare il modo più opportuno per portare avanti un’azione politica ben precisa, che ha effetti ben oltre i confini nazionali.

Basti guardare alla Brexit, per rendersi conto che un referendum così dirompente e improvviso rischia di disgregare non solo l’Unione Europea ma lo stesso Regno Unito, composto da nazioni che giustamente ora si sentono in diritto di appellarsi a quello stesso voto, differente dall’esito nazionale nelle proprie circoscrizioni, per chiedere l’indipendenza (vedi Scozia e Irlanda del Nord dove ha prevalso il Remain).

UN’EUROPA NON ELETTA

Di certo non posso trascurare la causa principale di tutto quello a cui stiamo assistendo, ovvero un’Europa che pretende di imporre leggi senza che un organo legittimamente eletto le scriva (tralasciamo il discorso sul Parlamento europeo, di cui tutti conoscono la quasi totale inutilità visto che ha la mera funzione di ratificare le proposte avanzate dai rappresentanti dei governi nazionali). Qui sì che ci vorrebbe più democrazia, perché la mancanza di politica porta alla mancanza di riconoscimento dei cittadini nelle istituzioni.

Non solo. I nostri politici pretendono che ci riconosca in questa Europa “non eletta”, puramente economica, e pur giunta a guida tedesca. Senza rendersi conto dello smarrimento e dell’imbarazzo che, come me, penso in molti provino nel vedere la cancelliera di uno Stato membro chiamare alla sua corte i capi dei governi (da lei scelti per grazia divina) per discutere le principali azioni dell’Unione europea. Anzi, c’è chi ora si rallegra per il fatto che i “cortigiani” italiani prenderanno il posto di quelli britannici tra le grazie della Merkel.

ORA O MAI PIU’, UN’UNIONE POLITICA

Bene. A questo punto del discorso, mi sembra giusto arrivare al punto e parlare di cosa io mi aspetterei da parte di questa Europa come risposta allo choc della Brexit. L’unico modo, a mio giudizio, per uscire da questa crisi è un’Europa a due velocità: da una parte, è necessario creare finalmente un’Unione europea POLITICA, con organi eletti e competenze definite e dove i rappresentanti dei governi si facciano finalmente da parte; dall’altra, considerato il fatto che alcuni stati membri non saranno disponibili a questa forte integrazione europea, concedere a loro lo status di paese associato all’UE, magari mantenendo una qualche forma di libero scambio ma sottraendo altri vantaggi derivanti dall’unione politica.

Questo perché non è più pensabile un’unione che sia puramente economica, sospesa a metà tra un’integrazione monetaria e una politica, a causa di interessi di gruppi sociali e politici. I cittadini vogliono che qualcuno porti la loro voce (una voce influente e determinante) nelle istituzioni europee, come accade in quelle nazionali, altrimenti a rischiare non saranno i governanti attuali ma, come sta accadendo ora, l’esistenza stessa delle istituzioni. E a farlo devono essere politici europei eletti, non altri. Cederemo altre funzioni nazionali? Si. Ma almeno avremo la sicurezza di poter votare chi andrà a gestirle.

Ed è proprio da questa nuova Europa che mi aspetto soluzioni politiche comuni sull’immigrazione, sulla flessibilità e su tante altre questioni finora non affrontate per comodità di qualcuno.

Forse è il momento di decidere in quale futuro vogliamo andare, prendendo esempio magari dagli Stati Uniti d’America, per creare finalmente gli Stati Uniti d’Europa.

 

4 Risposte

  1. avatar Gianni Rubagotti

    06/27/2016, 05:18 pm

    Rienzo tu che sei giurista non mi puoi cascare su queste cose.
    Il referendum sulla Brexit è consultivo esattamente come quello per dare poteri costituenti al Parlamento Europeo che si è tenuto negli anni 80.
    Dove?
    In Italia.
    E’ da anni che c’è chi dice che l’Europa va democratizzata e trasformata in una Federazione tipo gli USA.
    Inascoltato da molti che ora dicono che va fatto.
    Si passerà dalle parole ai fatti? Ho paura di no.

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  2. avatar Lorenzo Locatelli

    06/27/2016, 05:50 pm

    La prima persona a cui ho mai sentito usare il termine “stati uniti d’europa”fu Emma Bonino…in tempi ormai remoti politicamente parlando.

    Per il resto, non ho potuto far a meno di constatare che le passate generazioni impongono il loro peso decisionale non solo in Italia ma anche in altri paesi europei, a scapito delle nuove generazioni, molto più lungimiranti e pronte ad abbracciare concetti e progetti politici complessi.

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  3. avatar Francesco Rienzo

    06/27/2016, 06:38 pm

    Caro Rubagotti, proprio perché sono giurista ti dico questo, informati.
    La costituzione italiana non ammette referendum consultivi e, per i referendum abrogativi, non li consente in materia di trattati internazionali.
    Il referedum del 1989 è stato reso possibile grazie ad una legge costituzionale ad hoc (quindi che creava una deroga alla costituzione) approvata oltre la maggioranza qualificata di due terzi prevista dalla costituzione.
    Ciò significa che se volessimo fare oggi un referendum di indirizzo si dovrebbe fare una legge costituzionale con doppia approvazione del parlamento con una maggioranza parlamentare di oltre due terzi. Se non ci fosse una tale maggioranza, ci troveremmo nel ridicolo di fare un referendum confermativo sulla legge costituzionale (come quello che ci attende ad ottobre) per fare un referendum di indirizzo. Bene, chiunque con un minimo di raziocinio si rende conto che una cosa del genere oggi è una cosa fuori dal mondo e illogica.
    Tornando a noi, chiediamoci perché i nostri costituenti non hanno previsto referendum (abrogativi, visto che altri non ce ne sono) sui trattati internazionali.

    Consiglio per cultura generale un bell’articolo di questo docente di diritto dell’università bocconi (sia mai che non dovessi credere a me :-) )
    http://www.ilricostituente.it/2013/03/10/10-03-2013-referendum-sulleuro-un-inganno-giuridico/

    Buona serata!

    P.s. nel caso del regno unito, che il referendum sia propositivo o di indirizzo non cambia alcunché, perché nel momento in cui il popolo si esprime su una questione con si o no chi governa ha un obbligo politico (più forte di un obbligo giuridico a mio parere) di realizzare quanto e stato deciso

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  4. avatar Gianni Rubagotti

    07/04/2016, 01:09 am

    E va bene, la costituzione non lo permette anche se è stato fatto grazie a una legge costituzionale.
    E quel referendum secondo me proprio ora dovrebbe essere ripetuto, per spostare il dibattito dall’alternativa nazionalismi-eurocrati a Eurocrati-Federalismo Europeo.

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