“UNO SGUARDO IN SALA”, IL FILM DEL WEEKEND: LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

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La mafia uccide solo d'EstateCinema Le Giraffe:
Sabato 7/12: 14.50; 16.50; 18.50; 20.50; 22.45;
Domenica 8/12: 11.30; 14.50; 16.50; 18.50; 20.50; 22.45;

«Tranquillo. Ora siamo in inverno: la mafia uccide solo d’estate». È da questa ingenua quanto sorda rassicurazione di un papà palermitano a suo figlio che prende nome lo straordinario esordio alla regia di Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif. Ex-iena di Mediaset, da diversi anno noto per il suo programma in onda su MTV, Il testimone, Pif è uno dei pochi che cerca di sperimentare un modo di fare televisione che entri nelle storie delle persone, facendo un innovativo giornalismo d’inchiesta che ha molta presa sul pubblico più giovane («un’antropologia light», secondo Aldo Grasso).

La frase di quel papà siciliano racchiude tutto il cieco compromesso che una città ha stipulato con il Male, nell’illusoria convinzione che la mafia sia come i cani, «basta che non gli dai fastidio». Il palermitano Pif racconta così una storia scomoda che non si studia nei libri di scuola, dalla strage di Viale Lazio del 1969 alle bombe di Capaci e via D’Amelio del 1992, passando per l’omicidio del generale Dalla Chiesa e quelli di Boris Giuliano, Pio La Torre e Rocco Chinnici. Da queste tragedie nazionali è uscita una piccola grande lezione di commedia moderna, un miracolo di misura e leggerezza. Diliberto sceglie, infatti, di guardare al mondo della mafia e all’omertà dei suoi concittadini attraverso l’occhio ingenuo ma sveglio di un bambino, Arturo.

Come il regista stesso ha dichiarato, «essere un bambino a volte conviene. Perché imiti i tuoi modelli, cioè gli adulti. E se per loro non ci sono problemi, non ci sono neanche per te. I problemi arrivano quando, un giorno, il bambino capisce che la mafia non uccide solo d’estate». È proprio lo sguardo curioso e incredulo di Arturo a colorare la vicenda di un’irresistibile patina favolistica, quasi fosse un moderno Pinocchio alla scoperta della cruda realtà. Ma il vero filo conduttore della storia è l’amore di Arturo (Pierfrancesco Diliberto) per Flora (Cristiana Capotondi), nato tra i banchi di scuola e mai dichiarato. Timidezza? Soprattutto, ma anche tanta paura, perché il piccolo Arturo sente sempre dire dai grandi che ogni omicidio «è solo una questione di femmine». Il film si presenta così come un capolavoro di dolce emotività, una tragicommedia sempre al limite tra gioco e dramma, che non manca mai di rispetto alle delicate questioni prese in esame.

Complice la sceneggiatura impeccabile di Marco Martani e dello stesso Diliberto, La mafia uccide solo d’estate riesce a far ridere di gusto lo spettatore, mantenendo sempre alto il suo sguardo critico e insieme stimolando l’interesse per le vicende raccontate, anche grazie all’utilizzo di autentici materiali di repertorio. Pif non rinnega affatto la sua provenienza dal piccolo schermo, anzi, finisce per enfatizzarla per mezzo delle tecniche utilizzate: fotografia, voce fuori campo, camera a mano, sguardi in macchina, ritmo narrativo, tutte scelte che rendono il prodotto finale ancora più caratteristico e d’impatto.

Funziona un po’ meno la parte in cui i protagonisti sono adulti, mentre il finale risulta un po’ pleonastico. Ma non dimentichiamo che siamo di fronte a una coraggiosissima opera prima, con tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni. Il risultato è comunque uno dei migliori lungometraggi italiani degli ultimi tempi, che è riuscito ad accaparrarsi anche l’ambito premio del Pubblico al Festival di Torino. E il tono leggero di Pif non si attenua neanche quando gli si chiede se non abbia paura che la mafia se la prenda: «Se mi minacciano mi fanno un piacere, così lo sfrutto per il marketing». Touché.

TI CONSIGLIAMO DI VEDERLO?
Assolutamente sì: il film è un divertente quanto toccante racconto della mafia a Palermo, vista attraverso lo sguardo ingenuo di un bambino. L’esordio alla regia del “testimone” Pif non poteva andare meglio.

SE TI PIACE, UN ALTRO FILM DA RISCOPRIRE:
Forrest Gump, Robert Zemeckis, 1995

 

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