“UNO SGUARDO IN SALA”, IL FILM DEL WEEKEND: MI CHIAMO MAYA

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Mi chiamo MayaNonostante sia già uscito dalla programmazione, ci teniamo comunque a segnalare questo film.
Mi chiamo Maya è il primo lungometraggio di Tommaso Agnese, documentarista che, dopo un’indagine sul disagio giovanile nella capitale, ha deciso raccontare questa storia di fantasia basata sulla realtà. Un progetto interessante, che prende spunto dalla cronaca e da dati sociologici, e forse per questo sopravvalutato da parte della critica. Infatti, nonostante i buoni propositi, il risultato che ne deriva si discosta poco da uno scialbo prodotto televisivo.

Niki (Matilde Lutz) e Alice (Melissa Monti), di sedici e nove anni, rimangono orfane di madre in seguito a un tragico incidente. Le due sorelle hanno padri diversi e solo quello di Alice, che vive negli Stati Uniti, è disposto a prendersi cura della figlia. Niki e Alice non vogliono separarsi sfuggendo persino a un’impacciata assistente sociale (Valeria Solarino). Qui ha inizio il loro viaggio, alla scoperta di realtà metropolitana in cui gli adulti non hanno alcun potere.

La trama è piuttosto inconsistente, ci si limita infatti a vagabondare con le due sorelle: sballottate tra uno scenario capitolino e l’altro, Niki e Alice vengono soccorse di volta in volta da personaggi che, infine, non si rivelano mai dei compagni di viaggio appropriati. Infatti, tutti sembrano voler aiutare Niki, ma in effetti, cercano piuttosto di plasmarla a loro piacimento, trasformandola in un’altra cubista da portare in discoteca, special guest da esibire a festini altoborghesi, compagna di sballo nei locali più trasgressivi. Questi cambi di scena avvengono in modo molto rapido e spesso forzato, con alcuni passaggi che rimangono incomprensibili: forse sono troppi gli eventi che il regista ha cercato di narrare in un’ora e mezza.

In realtà, la storia di Niki e Alice sembra non essere che un pretesto della regia per dipingere un affresco della variegata gioventù romana, avventurandosi nei molteplici ambienti e sottoculture che la compongono: radicalmente contrapposti, tuttavia accomunati dal vuoto interiore e dalla dissolutezza. Peccato che anche questo ritratto sia decisamente poco riuscito, in quanto colmo di stereotipi e luoghi comuni, che sfiorano il caricaturale e il ridicolo. Insomma, Mi chiamo Maya avrebbe potuto offrire dei buoni spunti riguardo ai temi degli affidi e dell’adolescenza contemporanea, ma purtroppo non riesce a restituire una visione originale e profonda.

TI CONSIGLIAMO DI VEDERLO?
No, Mi chiamo Maya è un film blando e piuttosto mal costruito, che offre una visione banale e stereotipata del mondo adolescenziale.

SE TI PIACE, UN ALTRO FILM DA RISCOPRIRE:
Il ragazzo invisibile, Gabriele Salvatores, 2014

 

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