VOLTI D’ITALIA 1.0, MASSIMO D’AZEGLIO. “SI E’ FATTA L’ITALIA, MA NON SI SONO FATTI GLI ITALIANI”

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Massimo D'Azeglio Come vi abbiamo anticipato, Paderno 7.0 comincia oggi a celebrare il 150° dell’unità d’Italia a suo modo. E lo fà con l’ iniziativa, ”Volti d’Italia“, che punterà i riflettori ogni giovedì, da qui alle prossime settimane, su quelli che sono dieci personaggi da noi selezionati  a loro modo protagonisti indiscutibili di questi 150 anni. Ognuno dei “Volti d’Italia“ sarà accompagnato da un ritratto originale dell’artista Davide Delizi, realizzato in esclusiva per Paderno 7 che verrà legato ad ogni personaggio. Questo, come potete ammirare nell’opera alla vostra sinistra,vuole essere anche un sincero omaggio ai grandi artisti italiani, che con i loro capolavori, hanno portato grande “orranza”a tutto il nostro paese.Per cominciare abbiamo pensato di tributare un saggio alla memoria del MarcheseMassimod’Azeglio(al secolo Massimo Taparelli marchese d’Azeglio-Torino1798-1866).

GLI INIZI E IL PENSIERO LIBERALE

Cugino di Cesare Balbo, fu politico, patriota, pittore e letterato: fin da giovane le sue idee fin troppo liberali per l’epoca, lo misero spesso in contrasto con molti suoi pari:  faccenda che lo portò ad allontanarsi dalla cavalleria “Reale Piemonte” per entrare nelle fila della fanteria “Guardia Provinciale”, dove occupò diversi incarichi di segreteria presso l’ambasciata del Regno di Sardegna a Roma. Quivi meditò la volontà d’intraprendere una carriera artistica parallela a quella politica, che riuscì a conciliare perfettamente, nonostante i molti prestigiosi incarichi per il regno di Sardegna, che occupò nel resto della sua vita.

LA CARRIERA POLITICA: “NON SI SONO FATTI GLI ITALIANI”

Dopo il congedo e il rientro a casa, D’Azeglio si buttò letteralmente a capofitto nell’attività politica. Dal ’49 al 52 fu primo ministro del regno di Sardegna al termine della prima guerra d’indipendenza e a partire dal ’53 Senatore del Piemonte. Dopo la cacciata dello Stato Pontificio a Bologna del ’59, fu posto come governatore provvisorio e successivamente da lì,  governatore della provincia di Milano fino al’ 61. A lui va la paternità della celebre affermazione in seguito alla riunificazione avvenuta lo stesso anno:

«Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più, verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani».

DOPO IL SALTO, LA VISIONE FEDERALISTA

L’IDEA DI UNO STATO CONFEDERATIVO

Sebbene fortemente patriota, la sua visione d’Italia unita era più sul modello confederativo germanico, pensiero che gli costò le critiche da tutto il movimento dominante repubblicano del Mazzini, nonchè numerosi attriti con lo stesso Cavour che lo definì “un empio rivale“, ma con cui ebbe a che scontrarsi per tutta la sua carriera. Questa condizione di pensiero, portò D’Azeglio a relegarsi in una posizione politica di secondo piano negli anni dopo il ’61, ma che per tutta la vita lo spronò a fissare le sue personali visioni, all’interno delle sue opere letterarie e nei suoi dipinti.

LA VITA PRIVATA E LA MORTE

Sposatosi con Giulia, figlia del Manzoni, non fù mai un marito fedele: l’ eccessivo libertinaggio gli costò il nomignolo “sporcaciun“ dalle dame più famose e in vista dell’epoca. Morì a Torino, la sua città: sul letto di morte le ultime parole udite furono “oramai non posso far più niente per l’Italia“ , ma tutta la sua vita, a parer nostro, fu dedicata a costruire un immortale pezzo d’Italia, fino a far diventare l’Italia stessa l’ultimo pensiero della sua vita.

LE OPERE

Tra le varie opere letterarie che realizzò nel corso del suo passaggio, vogliamo ricordare “Ettore Fieramosca e la disfida di Barletta“, di cui prima dipinse il quadro. Un romanzo del 1833:  per risvegliare i valori patriotici sopiti nel popolo, nel libro si esalta l’impresa del nobile capuano che difese, nel celebre duello del 1503 , l’onore degli italiani accusati di codardia dai vili  francesi . Quindi parliamo di ”Degli Ultimi Casi di Romagna“ del 1846, un opuscolo all’interno del quale D’Azeglio espone le riforme secondo lui necessarie alla formazione del nuovo stato italiano, tra le quali l’abbandono delle società segrete a favore di una lotta a “viso scoperto” al fianco dei Savoia. I numerosi dipinti realizzati sono conservati nei più celebri musei italiani, nonchè in diverse collezioni private.

PADERNO 7, PERCHE’ MASSIMO D’AZEGLIO?

Perchè Paderno 7.0 ha scelto un tale illustre ed eclettico personaggio per cominciare questo escursus? Innanzitutto. D’Azeglio rappresenta i tratti salienti che contaddistinguono l’italianità in tutte le sue espressioni. A nostro modo di vedere, D’Azeglio è sicuramente tra gli artefici del pensiero risorgimentale  un po’ come Cattaneo, ma  in maniera diversa per la sostanza  tanto da risultare un’incompreso della sua epoca. Un eroe romantico ed emarginato, che possedeva una visione delle cose, sia in chiave economica che politica, su un modello federale prettamente liberale e progammatico. Visione per la quale, soprattutto dopo la riunificazione del paese, gli costò non poche potenti innimicizie. Dotato di un pensiero libero e forte,  forse troppo moderno per l’epoca in cui visse, per tutta la sua esistenza fu un’ardente patriota, deluso forse, nel finire della sua vita, per la piega e le scelte che stava prendendo, quell’anche un po’ sua “giovine Italia”.
Viva d’Azeglio, Viva l’Italia!

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