VOLTI D’ITALIA 4.0, MAFALDA DI SAVOIA. “RICORDATEMI NON COME UNA PRINCIPESSA, MA COME UNA VOSTRA SORELLA ITALIANA”

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Mafalda di Savoia, ritratto di Davide Delizi per Paderno 7.0 On Air
Ed eccoci arrivati al quarto appuntamento della nostra iniziativa per il 150° dell’unità d’Italia.

Dopo avervi parlato di Massimo D’Azeglio, Salvo D’Acquisto e Virginia Oldoini, quest’oggi vi proporremo la vita di una principessa, la cui storia non ha proprio nulla a che fare con quelle a lieto fine delle fiabe.

Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.

Senza indugiare oltre, questo è il racconto di Mafalda di Savoia, secondogenita del re d’Italia Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro e sorella di Umberto II.

L’ADOLESCENZA

Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, nata a Roma il 19 Novembre del 1902 e soprannominata “Muti“, era di indole docile e obbediente. Aveva un grande senso dei valori umani e della famiglia, oltre che passione per arte e musica.
Per la maggior parte della propria infanzia visse nell’ambiente familiare, accanto alla madre Elena e alle sorelle Giovanna, Jolanda e Maria Francesca. Assieme a loro vide gli orrori della primo conflitto mondiale, essendo coinvolta nelle attività di conforto e cura dei soldati feriti.
Prese, pertanto, una certa confidenza già minorenne con quella che era la crudeltà della guerra, anche se soltanto in visita negli ospedali militari e quindi mai sul campo di battaglia.

IL MATRIMONIO

Si sposò a Racconigi, il 23 settembre 1925, con il landgravio Filippo d’Assia.
Dal matrimonio ebbe quattro figli:
Maurizio d’Assia (Racconigi, 6 agosto 1926), Enrico d’Assia (Roma, 30 ottobre 1927 – Langen, 18 novembre 1999), Ottone d’Assia (Roma, 3 giugno 1937 – Hannover, 3 gennaio 1998) ed Elisabetta d’Assia (Roma, 8 ottobre 1940).

Per loro, le venne conferita anche la croce al merito, così come accadeva per tutte le madri di numerosa prole, un premio assegnatole direttamente da Hitler, essendo lei cittadina tedesca, principessa tedesca e moglie di un ufficiale tedesco.
Difatti, il partito nazista non riconosceva a Filippo alcun titolo nobiliare, ma gli assegnò comunque un grado nelle SS e vari incarichi. Questo periodo coincise anche con l’ascesa in Italia del Fascismo, visto inizialmente da Mafalda con una certa simpatia.

Nel settembre del 1943, alla firma dell’armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Nello stesso anno, Badoglio e il Re fuggirono al Sud, ma non Mafalda, partita alla volta di Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita.

Non essendo a conoscenza dell’armistizio, se non quando ormai si trovava già in Romania, non era nemmeno consapevole dei pericoli che stava correndo. Tentò di avvisarla la regina Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno alla stazione ferroviaria di Sinaia e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia.
Mafalda decise di non seguire questo consiglio e continuò il viaggio di ritorno in piena notte.

CONTINUA DOPO IL SALTO CON:
L’ARRESTO E LA DEPORTAZIONE NEL LAGER

Incurante dei rischi, desiderava soltanto ricongiungersi con i figli e la famiglia, anche sicura del fatto che essendo figlia del Re d’Italia e legatissima alla sua famiglia di origine ed essendo anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, i tedeschi l’avrebbero rispettata.
Con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da Monsignor Montini (il futuro Papa Paolo VI).

La mattina successiva, all’improvviso, venne chiamata al comando tedesco con urgenza, per l’arrivo di una telefonata del marito da Kassel, in Germania.
Ma si tattava di un tranello: in realtà il marito già si trovava deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg. Mafalda venne così arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, da dove venne trasferita poi a Berlino e infine deportata a sua volta nel Lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto il falso nome di Frau von Weber.

Nel campo di concentramento le venne riconosciuto un particolare riguardo, anche se le venne vietato di rivelare la sua vera identità; occupava una baracca ai margini del campo insieme ad un ex-ministro socialdemocratico, con la moglie ed aveva lo stesso vitto degli ufficiali delle SS, più abbondante e di migliore qualità rispetto agli altri internati.
Le venne assegnata come badante la signora Maria Ruhnan, Testimone di Geova deportata per motivi religiosi; questa fu una figura molto importante per la principessa, la quale in punto di morte chiese che il suo orologio le fosse regalato come segno di riconoscenza.

Seppur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri, il regime impostole fu comunque molto duro: la vita del campo e il freddo invernale intenso la provarono in particolar modo e malgrado il tentativo di segretezza attuato dai nazisti, la notizia che la figlia del Re d’Italia si trovava a Buchenwald si diffuse.
Molte voci e testimonianze, difatti, parlavano di una principessa italiana reclusa in un campo di concentramento e che questa, seppure denutrita e debole, facesse arrivare il cibo in più che le veniva assegnato a chi ne aveva più bisogno di lei.

Durante un bombardamento sul lager da parte degli alleati, nell’agosto del 1944, la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta. Ella riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo e venne ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma le sue condizioni peggiorarono, anche a causa della mancanza della giuste cure.
Dopo alcuni giorni di tormenti, la cancrena prese il sopravvento, per via delle piaghe estese e fu così che si rese necessaria l’amputazione del braccio. Questa operazione non salvò la principessa, anzi, ne accelerò la morte, lasciata abbandonata a se stessa in una stanza del postribolo e privata di ulteriori cure.

Nella notte del 28 Agosto del 1944, la principessa Mafalda di Savoia muore dissanguata, senza aver mai ripreso conoscenza dopo l’operazione.

Il suo corpo, grazie al prete boemo del campo, padre Tyl, non venne cremato, ma messo in una bara di legno e seppellito in una fossa comune. Solo un numero: 262 eine unbekannte Frau (una donna sconosciuta).
Trascorsi alcuni mesi, sette italiani, già appartenenti alla regia marina e rinchiusi come lei nei campi di concentramento nazisti, non appena liberi seppero trovare fra mille la sua tomba anonima e si tassarono per apporvi una lapide identificativa.

L’opinione del dottor Fausto Pecorari, un radiologo internato a Buchenwald, è che Mafalda sia stata intenzionalmente operata in ritardo (seppur con procedura in sé impeccabile) per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni esageratamente lunghe o ritardate, infatti, era già stato applicato a Buchenwald, ed eseguito sempre dalle SS su altre personalità di cui si desiderava sbarazzarsi.
Subito dopo essere rientrato a Trieste, si recò personalmente a Roma dal Regio Luogotenente principe Umberto per comunicargli la triste notizia del decesso per assassinio della principessa Mafalda.

La principessa Mafalda di Savoia riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg in Taunus a Francoforte-Höchst, frazione di Francoforte sul Meno.

IN MEMORIA DELLA PRINCIPESSA MAFALDA

Questa è in breve la vita di Mafalda di Savoia, una principessa, una madre, una donna, o come ha chiesto lei di essere ricordata, una nostra sorella italiana. Sì perchè nonostante fosse cittadina e principessa tedesca di adozione, è morta, quasi dimenticata, in uno di quei campi così tristemente famosi per la quantità di efferati omicidi in essi compiuti.

Ed è così che nel nostro piccolo le rendiamo omaggio, avendone l’immagine non solo di una nobiltà di nascita, ma di una donna che và incontro al proprio destino, lasciando dietro di sè un gesto tenero ai figli, una carezza sul volto, quel sorriso un po’ malinconico e ciò che era e sarà sempre, una figlia d’Italia.

— Vuoi conoscere e vedere gli altri ritratti di “Volti d’Italia“? Clikka qui oppure sulla categoria omonima, che puoi trovare alla fine di ogni articolo correlato oppure nella barra a destra —

 

7 Risposte

  1. avatar Gianni Rubagotti

    04/07/2011, 02:52 pm

    Lei ha pagato la connivenza col fascismo della sua famiglia.

    Ma cosa devono dire le famiglie di chi è stato deportato senza avere nemmeno un parente che ha controfirmato le leggi razziali e senza aver vissuto negli agi durante il ventennio?

    I savoia vanno bene quando si tratta di fare un reality ma meno male che ce ne siamo liberati come monarchi…

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  2. avatar Lewis Alton

    01/27/2013, 11:29 am

    Rispondo al sig. Rugabotti. La Monarchia sicuramente si doveva liberare prima del Fascismo, ancora quando avrebbe potuto farlo. Facile denigrare Casa Savoia scherzando sui reality…. ma pensandoci bene la repubblica attuale è perfetta per Zelig in quannto ci fa piuttosto ridere (per non pianegere). Scusi ma non ho resistito mi è proprio scappata.

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  3. avatar laura milano

    01/27/2013, 07:27 pm

    Mi associo a Sabrina e Lewis.
    La Principessa Mafalda ha avuto quel coraggio che manca (purtroppo) ai nostri attuali politici che stanno sfasciando l’Italia!
    La Famiglia Savoia ha pagato, ma quelli che abbiamo ora? Pensano solo (tutti) a rubare. E non paga mai nessuno!

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  4. avatar Bruno GARETTO

    01/27/2013, 07:33 pm

    Ho visto il film del 2006 oggi 27.01.2013, su rete4 in occasione “del giorno della memoria”riguardo il sacrificio della principessa Mafalda di Savoia,inutile dire che mi ha commosso moltissimo.Ha pagato un debito immane,per la codardia di suo padre il Re Vittorio Emanuele III,per il quale l’esercito italiano si è ritrovato allo sbando in balìa dei nazisti,con le nefande coseguenze che purtoppo tutti conosciamo.

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  5. avatar Dario Pavan

    01/27/2013, 08:05 pm

    Donna ammirevole ed esemplare.Ha pagato con la vita la codardia avuta da suo padre che ha pensato solo ase stesso.(come fanno i nostri politici ora)

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  6. avatar ferrari vittorio

    04/07/2014, 06:30 pm

    un personaggio che riscatta l’orgoglio e il coraggio italiano, oggi sarebbe stata veramente utile alla nostra bistrattata Italia

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