VOLTI D’ITALIA 6.0, GIOVANNI GUARESCHI. “L’UOMO CHE RIVELÒ LA BUONA ITALIA”

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Giovanni Guareschi ritratto di Davide Delizi per Paderno 7 on AirUn nuovo giovedì e un nuovo appuntamento con le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia attraverso i nostri “Volti d’Italia“. Quest’oggi vi parleremo di uno scrittore e giornalista, ma anche umorista e caricaturista: Giovanni Guareschi, colui il quale ha dato vita all’intramontabile Don Camillo, icona di un’Italia contadina e semplice, pronta a risollevarsi dopo una guerra che tanto le è costata e che ancora molte cicatrici porta con sè, lungo la strada che la farà diventare un Paese moderno e industrializzato. Come sempre, ogni protagonista scelto da Paderno 7.0 sarà accompagnato da un ritratto originale dalla mano di un giovane artista padernese, Davide Delizi, in esclusiva per “Volti d’Italia“.

LE INCLINAZIONI POLITICHE

Guareschi non aveva un carattere docile, né tantomeno riusciva ad identificarsi all’interno di un ben preciso gruppo politico. Essendo una persona irruenta e sanguigna, sovente aveva problemi a rapportarsi con le istituzioni e con il potere politico. La sua profonda fede cattolica lo portava ad essere più incline alla Democrazia Cristiana, anche se da essa non ebbe mai un vero riconoscimento nonostante fosse stata da lui fortemente sostenuta durante le elezioni del 1948. Ovviamente, questo lo portò ad allontanarsi in modo deciso dall’altro potere forte a quei tempi presente nelle nostra penisola, il Partito Comunista Italiano.
Per questo, era considerato un fervente anticomunista, caratteristica di cui non solo si può trovare traccia all’interno di molte sue opere, ma anche attraverso gli articoli di dura critica nei confronti della politica adottata dai “compagni”.
Ma sarebbe più corretto dire che, senza ombra di dubbio, egli fosse più legato all’idea della monarchia: difatti, il Re Umberto II di Savoia dall’esilio lo insignì dell’onorificenza di Grand’Ufficiale della Corona d’Italia.
I suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, furono disertati da tutte le autorità. Unici personaggi di rilievo presenti per l’estremo saluto furono Nino Nutrizio, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari.

LA VITA E LA CARRIERA PROFESSIONALE

Nasce il 1° maggio 1908, in una famiglia di classe media. Il padre, Primo Augusto Guareschi, era commerciante, mentre la madre, Lina Maghenzani, era la maestra elementare del paese. Frequenta con successo le scuole superiori e si iscrive all’università di Parma, in pieno periodo di ascesa del fascismo. Nel 1925 è costretto ad abbandonare gli studi ed intraprendere l’attività lavorativa, ma dopo qualche difficoltà riesce, grazie al contatto con Cesare Zavattini, conosciuto negli anni universitari, ad entrare nella Gazzetta di Parma come correttore di bozze.

DOPO IL SALTO, L’IDEA DI “DON CAMILLO E PEPPONE”


Nel 1931, all’età di 23 anni, approdò nel Corriere Emiliano, dove fece una rapida crescita personale, passando da aiuto-cronista, a capo-cronista nell’arco di poco tempo. Qui non solo scriveva articoli, ma si occupava anche di novelle e rubriche, oltre a fare disegni (anche politici).
Nel 1934 parte per il servizio militare, frequentando il corso allievi ufficiali a Potenza.
Purtroppo, arriva la prima vera delusione professionale per Guareschi, subito l’anno successivo, nel 1935, dove viene licenziato per esubero dal Corriere.
Intanto, finisce il corso nel 1936 e viene trasferito a Modena, dove viene promosso sottonente di complemento.
In questo stesso anno, sempre grazie all’amico Zavattini, gli viene proposto di collaborare con una nuova rivista dallo stampo satirico, che in breve tempo otterrà una certa notorietà. Stiamo parlando del Bertoldo, un quindicinale edito da Rizzoli, di cui Zavattini ne è direttore, mentre Guareschi ricoprirà la carica di redattore capo sino al 1943. L’avventura finisce nel Settembre di quello stesso anno, dopo che un bombardamento alleato colpisce la sede della Rizzoli.
Nello stesso periodo, la falsa notizia del fratello caduto su un campo di battaglia in Russia fa infuriare Guareschi a tal punto da portarlo ad inveire contro la figura del Duce. Le offese non passano inosservate, ma riesce ad ottenere delle attenuanti ed invece che essere passato per le armi, viene obbligato al richiamo nell’esercito.
Durante l’armistizio delle forze italiane con gli alleati, si trova presso la caserma di Alessandria, dove come molti altri suoi commilitoni si rifiuta di disconoscere l’autorità del Re e viene quindi arrestato e inviato nei campi di prigionia nazionalsocialisti.
Una volta terminata la guerra e tornato in Italia, nel 1945, fonda una sua rivista rivista indipendente con simpatie monarchiche, il Candido. Famosissime qui sono le sue vignette intitolate “Obbedienza cieca, pronta e assoluta“, dove sbeffeggiava i militanti comunisti che lui definiva trinariciuti (la terza narice aveva un duplice scopo: serviva a far defluire la materia cerebrale e a far entrare direttamente le direttive del partito).
Nel 1948 partecipa in modo attivo per sconfiggere il Fronte Democratico Popolare (allenza composta da PCI e PSI) e favorendo la Democrazia Cristiana.
Questo non lo aiuta nel 1950, dove viene condannato ad 8 mesi di carcere per vilipendio al Capo dello Stato, Luigi Einaudi, a causa di alcune vignette dai colori politici troppo accesi.
E ancora, nel 1954 Guareschi venne condannato per diffamazione su denuncia dell’ex presidente del Consiglio Alcide De Gasperi per la pubblicazione di alcune lettere diffamatorie, ritenute false dallo stesso De Gasperi. Sconta più di un anno di carcere, più altri 6 mesi di libertà vigilata.
Da notare che Guareschi è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa.
Dopo questo periodo, la vita di Guareschi prende una brusca sterzata in negativo. Nel 1956 la sua condizione fisica versava già in un brutto stato e nel 1957 si ritira dalla direzione del Candido, continuando tuttavia a collaborarvi dall’esterno.
Un infarto lo mette a dura prova nel 1961 e sempre nello stesso anno, la sua storica rivista chiude le pubblicazioni. Morirà per un altro attacco cardiaco nel 1968, quasi dimenticato anche da quei politici che aveva aiutato ad arrivare al potere.

GUARESCHI E DON CAMILLO

Chi di noi non ha mai avuto occasione di seguire uno dei film di Don Camillo? Ebbene, questo personaggio non è nato come soggetto cinematografico, bensì come protagonista di una serie di racconti scritti proprio dal Guareschi. La maggior parte delle epiche battaglie fra l’imponente prete dalla mani grosse ed il sindaco comunista del paese (Brescello), Giuseppe Bottazzi, detto Peppone, prende proprio il via sulle pagine della rivista il Candido. Successivamente, a cavallo degli anni ’50 e ’60, queste vicende fanno da spunto per diventare delle icone nella storia del cinema italiano, facendo scoprire al mondo il volto genuino dell’Italia.
Da queste opere si possono carpire molti aspetti del vissuto degli italiani nel periodo del dopoguerra, dove mancava tutto, ma fondamentalmente non c’era bisogno di nulla. Le donne cantavano al ritorno dal lavoro nei campi, sedute sui quei grandi carri pieni di speranza per il futuro. La politica era cosa seria, dove ognuno dava battaglia per difendere i propri ideali, ma dove ci si rispettava, nonostante ogni tanto partisse qualche sana bastonata sulle zucche già pelate dal duro lavoro nelle campagne. Le città erano in ricostruzione e pochi erano i soldi da spendere per gli oggetti futili. Ci si accontentava di un bel piatto di pastasciutta, di un bicchiere di lambrusco, di una partita a carte con gli amici e qualche discussione che accendeva gli animi, ma sempre in un clima di scambio reciproco, quando ancora il dialetto era la lingua più usata.
Quello che respiriamo da questi film è l’aria sana di quei momenti, difficili, certo, ma carichi di vitalità. Don Camillo e Peppone potevano darsi guerra sul palcoscenico della politica, ma sotto sotto si rispettavano come avversari leali e fra loro scattava una certa complicità. Soprattutto nelle avversità, entrambi sanno su chi poter contare ed ecco comparire l’intesa e la reciproca stima, che gli consente di poter lottare fianco a fianco per un medesimo ideale. Oggi tutto questo ci manca, non neghiamolo, e per chi non ha avuto la fortuna di vederlo e viverlo sulla propria pelle, forse lo vorrebbe provare.

PERCHÉ GUARESCHI?

Abbiamo scelto questa imponente figura per il suo grande pregio, che è al contempo il suo principale limite in vita: non aver mai accettato il compromesso. Guareschi ha saputo creare un mondo che vive di vita propria, che indica quale sia il vero fine della politica, ovvero, perseguire il bene disinteressato dei propri cittadini, seguendo quelle che sono le proprie posizioni di partito, ma senza anteporre gli interessi di quest’ultimo a quelli del Paese. Ecco perché lo vogliamo ricordare come colui il quale rivelò la buona Italia, perché essa esiste non soltanto nei suoi racconti, ma è lì da qualche parte, sepolta nei nostri cuori e non attende che un cenno da parte nostra per prendere vita e diventare realtà.
Evviva Giovanni Guareschi! Evviva l’Italia!

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